Ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo per Ignazio Marino

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Le dimissioni Ultra Dimidium e lo scioglimento del Consiglio Comunale
LA STORIA DI una norma inutile e dannosa che per tappare un buco ha aperto una voragine.

La norma in questione (Art. 141 del TUEL. Scioglimento e sospensione dei consigli comunali e provinciali lettera b) n.3) trova la sua fonte originaria nella legge 8 giugno 1990, n.142, di riforma dell’ordinamento locale. L’art. 39 di questa legge posto al Capo XI della legge “CONTROLLO SUGLI ORGANI” ha lo scopo di regolamentare il controllo del funzionamento degli organi comunali da parte del potere centrale.

Nella sua originaria formulazione tale articolo prevedeva al punto 2) lo scioglimento dell’organo comunale per “dimissioni o decadenza di almeno la meta’ dei consiglieri”; null’altro.

Secondo però quanto previsto dalla normativa in essere all’epoca a proposito delle dimissioni di un consigliere comunale (quella mutuata dall’art Art. 158 del R.D. 12 febbraio 1911, n. 297 mai modificata fino ad allora) DELLE DIMISSIONI DEL CONSIGLIERE DEVE “PRENDERE ATTO” IL CONSIGLIO COMUNALE.

Le dimissioni acquistavano validità solo dopo tale evento. Il consigliere dimissionario prima di essa poteva perciò anche revocare le dimissioni presentate. E’ una logica presa di tempo per verificare i motivi (personali, politici o altro) che hanno portato il consigliere a presentare le proprie dimissioni. Può esserci ad esempio un chiarimento politico ed un ripensamento.

Sarebbe una procedura del tutto logica fra persone perbene. Norma validissima per una politica esercitata da galantuomini alla luce del sole ma che evidentemente deve essere stata sviata dal suo scopo ed utilizzata per bloccare i lavori del consiglio comunale con dimissioni presentate e poi revocate semplicemente per mettere i bastoni fra le ruote al funzionamento dell’organismo decisionale dell’Ente Locale.

Non si capirebbe altrimenti la ragione per la quale il legislatore con una norma successiva introdotta con la legge 15 ottobre 1993, n. 4152 sia intervenuto a sancire la irrevocabilità delle dimissioni presentate al protocollo con la eliminazione della presa d’atto (e successiva surroga del primo dei non eletti).

Rimaneva però aperto il problema delle dimissioni “ultra dimidium” cioè della metà dei consiglieri e il rapporto di questo istituto con l’istituto della surroga.
L’art. 5 della L. 15 maggio 1997, n. 1274, ha escluso in modo espresso la surrogazione nel caso di dimissioni ultra dimidium prevedendo il verificarsi in questo caso, del tutto automaticamente, dell’effetto dissolutorio del consiglio. Il legislatore in tal modo ha voluto riaffermare la volontà di conservare l’istituto dello scioglimento del consiglio per dimissioni della metà più uno dei consiglieri presentate contestualmente al protocollo, per la sua caratteristica di manifestazione di volontà ad effetto immediato.

Secondo l’interpretazione dottrinaria tale ipotesi non dovrebbe ritenersi superata dall’altra possibilità, offerta ai consiglieri dall’art. 18 della L. 81/1993, di pervenire allo stesso risultato dissolutorio del consiglio, mediante il voto di mozione di sfiducia, dall’iter molto più complesso e formalistico.

In realtà come detto la precedente normativa quella vigente fino alla legge del 1993 e prevista dall’ Art. 158 del R.D. 12 febbraio 1911, n. 297 lasciava aperta la verifica “politica” delle dimissioni del consigliere attraverso la “presa d’atto” del Consiglio Comunale mentre la modifica legislativa del 1997 prevedendo l’automatico scioglimento del consiglio al verificarsi delle dimissioni “ultra dimidium” impedisce ogni possibilità di verifica politica di tale gravissimo evento espropriando i cittadini dal diritto a sapere le motivazioni portate dal consigliere dimissionario eletto e quindi impedendo la libera formazione della volontà politica degli elettori privati di informazioni essenziali. Di fatto la norma in oggetto prevista come forma di “Controllo” da parte del potere centrale sul corretto funzionamento degli enti locali è stata sviata dal suo scopo originario ed utilizzata a fini politici antidemocratici.

Infatti nel caso di Roma il 19 consiglieri della lista PD + 1 della lista civica per Marino che hanno presentato le dimissioni hanno nei fatti formato una maggioranza consigliare totalmente in contrasto con quella che era stata votata dai cittadini unendo i propri voti a quelli della lista Marchini e di altri consiglieri eletti in partiti dell’opposizione MA UTILIZZANDO LA NORMA IN QUESTIONE HANNO EVITATO DI DOVERSI PRESENTARE IN CONSIGLIO E DI FRONTE AI CITTADINI ROMANI A RENDERE IL CONTO DI TALE LORO SCELTA!

E’ evidente che la norma in questione è stata deviata dal proprio corretto scopo per essere utilizzata in modo truffaldino al fine di non pagar dazio nei confronti dell’opinione pubblica ed è altrettanto evidente che tale norma si trova in totale contrasto con quella prevista dall’art. 18 della L. 81/1993, che consente di pervenire allo stesso risultato dissolutorio del consiglio, mediante il voto di mozione di sfiducia e quindi alla luce del sole e con una decisione da sottoporre al giudizio degli elettori.

Essa pertanto deve essere eliminata del tutto o modificata tramite la reintroduzione della “presa d’atto” davanti al Consiglio in modo che divengano esplicite e giudicabili le motivazioni portate dai consiglieri dimissionari a sostegno delle loro decisioni.